Una storia di ordinaria povertà e di emarginazione sociale, accade a Terlizzi

Immagine di repertorio

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Accade in questi giorni a Terlizzi, nel silenzio e nell’indifferenza di tutti.

A.A. è una donna separata dal marito, con un figlio disabile, affetto da malattia rara. Entrambi non hanno mezzi di sostentamento.

Già qualche anno fa, all’indomani dalla separazione dal marito, non riuscendo a pagare l’affitto, subì uno sfratto per morosità e fu accolta da un Centro per persone senza fissa dimora di un comune vicino. Il Comune di Terlizzi intervenne troppo tardi per evitare lo sfratto, così l’Ente si accollò la spesa di circa 60 euro al giorno per garantire un tetto sulla testa a A.A. e suo figlio. L’accoglienza durò molti mesi e il costo ammontò a diverse migliaia di Euro.

Poi, con l’aiuto anche della Caritas e di casa Betania, A.A. e suo figlio riuscirono a tornare a Terlizzi e presero in affitto una nuova casa.

Finché il Comune ha coperto il costo dell’affitto, i due sono riusciti a tirare avanti anche se con molti stenti. Ora, finiti i soldi del Comune,  lo spettro di un altro sfratto si profila all’orizzonte. Sembrava che tutto potesse risolversi, grazie all’inserimento di A.A.  nel progetto “Cantieri di Cittadinanza”, ma i “Cantieri di Cittadinanza” non sono ancora partiti, così, di nuovo, come due anni fa, A.A. non ha soldi per pagare l’affitto e  il proprietario dell’alloggio sta procedendo allo sfratto.

Questa è la storia di A.A., italiana, donna, madre di un giovane disabile, disoccupata, colpevole di essere povera.

Per l’ennesima volta si è rivolta alle istituzioni, ha chiesto un lavoro per sé o per il figlio, ha incontrato assistenti sociali, politici e consiglieri comunali, delegati e non, ma per lei nessuno può o vuole fare niente. Ha girato parrocchie, uffici comunali, uffici privati “di quelli che comandano”. Niente, solo porte chiuse. Confessa di aver ricevuto anche diversi rimproveri e mortificazioni da quelli che siedono dietro le scrivanie e, pagati con soldi pubblici, l’accusano a voce alta di chiedere troppo.

Ha ingoiato bocconi amari, sperando che qualcuno si muovesse a compassione, ma ad oggi non c’è stato alcun risultato e il giorno in cui sarà sbattuta fuori di casa si avvicina.

Una storia di ordinaria povertà che ci addolora e ci trasmette un grave senso di inadeguatezza, visto che le istituzioni preposte al contrasto della povertà si dichiarano incapaci di affrontare questo caso, che non ci pare di così difficile soluzione. In fondo basta provvedere con un sussidio economico fino a quando il progetto “Cantieri di Cittadinanza” non garantirà ad A.A. il giusto compenso.

Si tratta di una cifra modesta, certamente inferiore al costo dell’accoglienza in un Centro per persone senza fissa dimora.

C’è una domanda che ci inquieta: che ne sarà di A.A. e suo figlio, quando lo sfratto diventerà esecutivo? Li vedremo dormire su qualche panchina sullo stradone, così i vari politici  potranno recarsi in pellegrinaggio per offrire, a parole, accoglienza e compassione?

A chi dovrebbe occuparsi per mestiere e per mandato politico di contrastare la povertà, ci permettiamo di suggerire un metodo, che si ispira al principio di sussidiarietà e giustizia: prevenire la povertà è il miglior modo per contrastarla.

Fuori di metafora, ad A.A. bisogna offrire un piccolo aiuto economico e qualche ora di lavoro dignitoso, altrimenti possiamo dire che le politiche sociali a Terlizzi sono inesistenti ed approssimative, oltre che in mani inadeguate.

Perché A.A. e suo figlio chiedono giustizia e rispetto della dignità umana, non elemosina.

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