I resti medievali dell’Antica Badia di Sant’Antuono

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Poco distante dall’abitato di Terlizzi, sulla vecchia strada che porta a Ruvo, ci sono le rovine dell’antico monastero di Sant’Antuono. Alcune fonti parlano di questo monastero già nel ‘500, un luogo gestito dai frati Antoniani di Vienne (un ordine di origine francese) specializzati nella cura del “Fuoco di Sant’Antonio” (Herpes Zoster, una infezione virale che provoca vaste eruzioni cutanee causata dallo stesso virus responsabile della varicella), una malattia che i frati curavano con l’aiuto di grasso e lardo di maiale, allevandone con un permesso speciale a decine per la cura dei malati.

Don Gaetano Valente parla di questo luogo durante l’analisi del famoso dipinto fiammingo “Terlizzo cita verso Levante”: “Quasi a voler movimentare la staticità del disegno pittorico, ma forse piuttosto a rappresentare la frequentazione della strada pubblica, l’artista vi pone un viandante diretto a Ruvo, prima di imboccare la curva, molto pronunciata a sinistra, ritratta fedelmente come la si vede tutt’ora, per incrociare poco oltre, il piccolo insediamento monastico degli Antoniani di Vienne (Francia) con l’annessa chiesa di Sant’Antuono (Sant’Antonio Abate) dotata di cinque altari e di un congruo beneficio di beni stabili, fregiandosi altresì, il suo titolare ecclesiastico della qualifica di abate”.

Fino al 1702 la proprietà del monastero era del canonico Giacobbe Gabriele (1698 – 1734), ma dopo questa data passò nelle mani della potente famiglia De Paù, che avrebbe dovuto ristrutturarlo ma questo non avvenne e nel 1827 la struttura fu sequestrata perché fatiscente e pericolosa.

Dagli archivi emerge che il monastero versava in pessime condizioni già da metà Seicento. Oggi non resta che poter osservare le sue rovine e le spesse mura esclusivamente dall’esterno. È quasi impossibile addentrarsi all’interno, in quanto non esiste più una pavimentazione e la natura in più di tre secoli di abbandono si è impossessata del luogo.

Dalle foto satellitari e dagli scatti di Sabino Vendola si evince il totale abbandono dell’antico monastero. Recuperarlo è impossibile (o quasi), l’unica azione possibile è la messa in sicurezza e una pulizia dell’area, un po come avviene in tutta Europa per i “ruderi” medievali. Alla fine si potrà osservare solo il suo perimetro e la maestosità delle sue mura ma sempre meglio di come è adesso: un ammasso informe di pietre e vegetazione con un segnale turistico che non da nessuna informazione. Dimenticavo, a far compagnia al palo qualche volta c’è il solito cumulo di rifiuti.

Tratto da eyeonterlizzi – arcilatorredibabele

Vi è da segnalare che da oltre vent’anni gli abitanti dell’antico borgo rurale di S. Antonio, il 17 gennaio festeggiano la ricorrenza di Sant’Antonio Abate, il Santo Patrono protettore degli animali domestici, del bestiame, del lavoro del contadino ed affini e/o derivati (come macellai, fornai, pizzicagnoli, salumieri, tosatori, canestrai, ecc.), del fuoco, delle malattie della pelle (ad esempio l’herpes zoster, il “fuoco di sant’Antonio”) e dei becchini. In quella occasione viene celebrata una Santa Messa con la benedizione degli animali.

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