Perché noi meridionalisti festeggiamo il 2 giugno

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Con questo primo articolo inauguriamo una nuova pagina dedicata alla questione meridionale con le sue implicazioni di tipo storico, politico e socio economico, con un intervento dell’amico meridionalista Enzo Riccio. 

Il 2 giugno si festeggia la Repubblica Italiana, quella Repubblica nata sulle ceneri di casa Savoia e del fascismo e solo per aver abbattuto queste due tragedie nazionali, secondo me la ricorrenza è sicuramente da festeggiare.

La nefasta monarchia sabauda prima ed il fascismo poi, sono state oltre che tragedie nazionali, anche una sciagura per le popolazioni meridionali, prima schiacciate con la repressione militare post-unitaria e poi avviate ad un destino di colonia interna di consumatori di merci e servizi da produrre al Nord, oltre che servire da canne di cannone per guerre inutili e disastrose.

E tutto questo non è cambiato nemmeno col fascismo, che a chiacchiere considerava tutti ugualmente italiani (“non esiste una questione meridionale, esiste semmai una questione italiana” disse Mussolini…) ma nei fatti aumentò il divario economico tra Sud e Centro-Nord, nonostante le tanto sbandierate opere pubbliche.

Basta cercare su Google e leggere il bel lavoro di Daniele e Malanima, due ricercatori calabresi che hanno fatto uno studio sull’andamento del PIL pro capite in Italia dal 1861 fino ai giorni nostri, differenziandolo tra zone geografiche hanno evidenziato che quello del Sud era più o meno alla pari con quello del Centro-Nord subito dopo l’unità, o sarebbe meglio chiamarla “malaunità” del 1861, solo qualche decennio dopo è iniziato a
crearsi e crescere il divario che poi si è allargato durante il ventennio fascista.

Dalla fine della monarchia e del fascismo poi è nata la nostra bella Costituzione repubblicana, che purtroppo non è mai stata applicata
per intero ma questo non significa che fu una netta rottura col passato sabaudo-fascista, basta leggere che dice in uno dei suoi
principi fondamentali all’Articolo 3, comma 2:
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
E se questo principio fondamentale fosse davvero applicato, sarebbe la fine della cosiddetta “questione meridionale” e di tante altre diseguaglianze del belpaese!
Tutti questi motivi mi spingono a pensare che il 2 giugno vada sempre festeggiato, esattamente al contrario di quella festività recentemente riproposta con scarso successo, quella del 17 marzo, data della falsa unità del 1861 e della prima riunione del primo parlamento “italiano” (che poi fu VIII legislatura perché i Savoia nemmeno formalmente fecero del 1861 uno spartiacque, infatti Vittorio Emanuele II restò con la sua denominazione piemontese), la data che di fatto fu l’annessione delle province meridionali al Piemonte e l’estensione del Regno di Sardegna.

Tale regno estese a tutti, anche agli sventurati meridionali, le sue leggi e il suo Statuto Albertino (altro che “burocrazia borbonica”!!!), estese a
tutti il suo sistema fiscale pesante e farraginoso, diede inizio alla feroce repressione del “brigantaggio” e iniziò una politica di colonizzazione interna, quindi quella fu la data all’origine della questione meridionale.

Sul regime dei Savoia disse Gramsci:
Lo stato italiano (“leggasi piemontese”) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.
Ci sono altri meridionalisti che sicuramente non festeggeranno il 2 giugno, alcuni perché sotto sotto (o a volte nemmeno troppo velatamente) hanno tendenze cattoliche ultra-conservatori e nostalgie fasciste o perché ci sono altri vogliono fare altri tipi di battaglie, per me oggi del tutto velleitarie, del tipo “non siamo italiani”, “ci dobbiamo separare” senza mai specificare il cosa e il quando…rispettando l’opinione di tutti, non credo alla proposta d’indipendenza oggi per tanti motivi, soprattutto perché oggi non c’è questo desiderio e aspirazione nella maggioranza del popolo
meridionale che, tra l’altro, è anche spesso residente fuori dalle regioni del Sud per motivi di lavoro e quindi per loro si aggiungerebbe la beffa al danno dell’emigrazione forzata, un’emigrazione di milioni di uomini e donne del Sud che continua purtroppo ininterrotta ancora oggi, privando spesso la nostra terra delle nostre risorse migliori.

Credo invece ad un cammino graduale di autonomia e federalismo solidale, agli antipodi dei progetti razzisti e divisionisti della Lega Nord, con un modello di sviluppo sostenibile, rivolto alle nuove tecnologie e rispettoso dell’ambiente e delle nostre infinite ricchezze storico-culturali, un
modello alternativo al neoliberismo dilagante sia nelle politiche governative nazionali di Renzi che in quelle europee.
Un cammino che può fare leva sulle esperienze migliori del Sud di oggi, non ultima quella di Luigi De Magistris che ha avviato una rinascita di Napoli con un rapporto forte con la Città e un modello di democrazia dal basso, dialogando a livello istituzionale ma rifiutando le solite logiche politiche ricattatorie italiane e restando autonomi rispetto ai grandi partiti che sono tutti a guida, cuore, cervello e portafogli tosco-padano.

Per continuare la riscossa del Sud, occorre quindi si rivalutare la nostra vera storia, ma questo da solo non può bastare, bisogna unire le forze migliori e progressiste per un progetto serio, concreto e che difenda i principi costituzionali e guardi al futuro possibile del Sud, che non è quello di isolarsi ma di tornare ad essere luogo di scambio culturale ed economico, ponte di culture e civiltà nel mediterraneo, come lo è stato nei suoi periodi migliori dalla Magna Grecia fino al Regno delle Due Sicilie.

Enzo Riccio

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