Il demagogico clamore mediatico sul fenomeno dei “furbetti del cartellino”

STEFANO NOSEI

Le recenti drastiche misure sanzionatorie, adottate dal governo Renzi per arginare il fenomeno dei cosiddetti furbetti del cartellino hanno scatenato un furente e demagogico conflitto politico, sindacale e mediatico, incentivato dall’interesse degli organi di informazione, soprattutto, televisivi per ragioni di audience.

Politici, politologi, giornalisti, sindacalisti, ed esperti di vario genere, si sono duramente, contrastati nel sostenere tesi contrapposte.

L’utilità o l’inservibilità delle nuove norme, preordinate a perseguire i falsari del cartellino, i fannulloni e gli assenteisti ha formato oggetto di vibrati dibbattiti, spesso senza cognizione di causa.

Lo schieramento filo-governativo ha sostenuto l’utilità dell’inasprimento della nuova normativa sanzionatoria, atteso che quella in vigore è risultata inefficace a reprimere il deprecabile e diffuso fenomeno. Mentre le nuove sanzioni sono più chiare ed immediatamente applicabili, di contro, gli oppositori hanno affermato l’inefficacia della novella normazione, in quanto la legislazione e le norme contrattuali in vigore, sono state, sostanzialmente, disapplicate.

Tuttavia, i demagoghi dell’una e dell’opposta tesi hanno concordato che la responsabilità del malcostume fosse da ricercare nell’omessa vigilanza dei dirigenti.

Delle due tesi, l’una : o si tratta delle solite strumentalizzazioni politiche e sindacali ovvero di eclatante discognizione del ruolo e delle funzioni dirigenziali, oltre che della logistica ambientale, che rendono, materialmente, irrealizzabile una totale vigilanza.

Demansionare la funzione del dirigente all’attività di vigilantes mi sembra insensato, poichè dai medesimi occorre rivendicare il risultato gestionale dell’efficienza, dell’efficacia, dell’economicità e della legalità dell’azione amministrativa senza alcuna tolleranza e/o complicità.

Il lassismo e la demotivazione del subalterno apparato burocratico è da ricercare nell’incapacità politica e degli organi interni di controllo ad esigere e realizzare il buon governo attraverso il concorso dei quadri intermedi e dei lori subordinati a tutti i livelli, sovente, colpiti da una sorta di depressione lavorativa dovuta ad un’ inadeguata  valorizzazione delle loro potenzaili capacità operative e professionali.

L’endemico protezionismo politico e sindacale incide e genera irrazionali reazioni comportamentali, protese al fanullismo, allo scarso rendimento per inattitudine o per negligenza, che possano sussistere, anche, in coloro che marcano il cartellino, personalmente e puntualmente.

Il rimedio al dominante lassismo è da ricercare non tanto nelle misure repressive, pur necessarie, quanto nella rigenerazione di un maggiore e motivato interesse del lavoratore a contribuire alla costruzione di un efficace modello gestionale, laddove i dirigenti e sottordinati concorrano, equitativamente, al raggiungimento del bene comunitario, anche attraverso una razionale formazione continua.

La polemica della distinzione tra il lavoratore pubblico e quello privato è surreale, poichè ciò che li diversifica non è l’attitudine o la rigorosità dell’uno o dell’altro ma il sistema ambientale.

Dubito che i duellanti delle contrapposte posizioni sia ben edotti che il rapporto di lavoro dei dipendenti comunali sia già disciplinato da un regime privatistico e precisamente, dal capo II titolo II libro V del codice civile e dlalla legge, afferente al contratto di lavoro delle imprese.

Anche le contoversie in materia di lavoro sono devolute al giudice ordinario piuttosto che a quello amministrativo. A mio avviso anche la riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, noto come job act è da ritenersi applicabile agli enti locali, salvo l’emanazione di una legge speciale ad escludendum.

In ragione delle surriferite considerazioni le demagogiche risse televisive sono sterili, mentre occorre una valutazione realistica delle inefficenze e del fanullismo nella pubblica amministrazione per poter concludere che la soluzione sia da ricercare in una nuova etica dell’organizzazione del lavoro, laddove prevalga e sia premiato il merito e la produttività senza distinzione di appartenenza.

La repressione, sic et simpliciter, è una medicina inidonea a motivare, a responsabilizzare il lavoratore ed a valorizzazione il suo impegno professionale nel conseguimento nel bene comune.

La vigilanza sul posto di lavoro richiede mezzi tecnologici per essere pienamente efficace, oltre all’inflessibilità delle parti politiche e sindacali, in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi .

Piuttosto che affidare ai dirigenti compiti di vigilanza, appare molto più utile che i servizi di controlli interni esercitino, indefettibilmente il loro ruolo e pretendano l’attuazione dei principi legislativi e della programmazione dell’ente senza alcuna indulgenza.

A cura del Dr. Vito Ruggieri – Già Segretario Generale del Comune di Andria

Dr. Vito Ruggieri

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