“Ospedale Sarcone”, una battaglia persa 13 anni fa

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Tajani – Di Tria

La chiusura del Sarcone non è un fulmine caduto a ciel sereno, era già nei fatti, nelle manovre di accaparramento di posti letto e personale da parte principalmente di Corato (ma non solo), che negli ultimi anni lo hanno smontato, disarticolato, impoverito.

Diminuivano i reparti e le prestazioni mentre si investivano valanghe di quattrini per rendere il Sarcone più efficiente e moderno. Si spendevano soldi mentre si disegnava una mappa della sanità pugliese nella quale Terlizzi non c’era ormai più, ma in realtà non c’era più anche la rivale Corato, tutto smantellato e sacrificato ad uno schema Bari-centrico della sanità di questa vasta area a nord della Metropoli.

I terlizzesi sapevano bene ormai da anni che per le questioni di salute più importanti, tranne che per rari casi, bisognava viaggiare in direzione Bari, verso il San Paolo, il Policlinico, il Di Venere, il Giovanni XXIII. E quando non lo si faceva per scelta erano gli stessi sanitari del Sarcone o del 118 a mandarti nel capoluogo in tutta fretta.

L’ospedale che il Sarcone era stato per decenni, l’ospedale dove trovavi una risposta a tutto, era finito già da anni, ormai, e la sua fine era cominciata paradossalmente da quella che doveva essere una rinascita, dai lavori di adeguamento.

Si adeguavano i reparti, si montavano sale operatorie nuove di zecca, si lavorava ad un pronto soccorso avveniristico e nel frattempo si progettava la sua chiusura e di tutti i piccoli ospedali come il Sarcone, immolati per far spazio a grandi strutture ospedaliere da far sorgere qua e là per tutta la Puglia (per noi il nuovo grande e moderno ospedale di riferimento doveva essere costruito vicino a Molfetta, ma è tutto ancora in alto mare).

Le decisioni dei tagli e delle soppressioni venivano prese, scritte ed approvate nelle Leggi Regionali, ma intanto si continuava a lavorare nel cantiere del Sarcone (come anche in quello dell’Umberto I di Corato) e a spendere fiumi di soldi e ad illudere qualche cittadino e qualche dipendente sanitario che ci sarebbe stato un futuro.

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La protesta contro Fitto

In realtà le migliaia di terlizzesi scesi in piazza 13 anni fa, sia per il Sarcone che per chiedere una buona assistenza sanitaria garantita a tutti, in questi 13 anni si sono gradatamente resi conto che la buona battaglia era stata persa e che nel miraggio di uno Stato che garantisce servizi sanitari a tutti in maniera efficiente, si era fatto spazio il profitto e l’appetito dei privati.

Le lunghe liste d’attesa per la diagnostica negli ospedali pugliesi (281 giorni per una mammografia, 125 giorni per una colonoscopia), non hanno fatto altro che far prosperare le strutture private, che gli esami li svolgono rapidamente, per chi può pagare. La chiusura di molti reparti sul territorio ha rafforzato le cliniche private, che hanno soppiantato i reparti d’eccellenza delle strutture pubbliche (ricordate l’ostetricia di Terlizzi?).

Il colpo di grazia l’ha dato la crisi finanziaria e la conseguente “Spending Review”, che hanno dato ai Governi l’alibi con il quale effettuare tagli forsennati al sistema sanitario per risanare i conti dello Stato. I cittadini ci hanno creduto e hanno in sostanza condiviso la politica del rigore, o  più probabilmente l’hanno solo subita, senza riflettere troppo sulle conseguenze.

Oggi Emiliano in Puglia ha le armi per smantellare il sistema ospedaliero, gliele ha date il Parlamento con il famigerato decreto 70. Ha gioco facile ad applicare le Leggi e a chiudere ospedali, ora che i cittadini sono stanchi e disillusi, ora che la sfiducia totale verso chi governa produce distacco e indifferenza anzichè insofferenza e ribellione.

Crea disorientamento nell’opinione pubblica (soprattutto quella di centrosinistra), anche il dato che chi oggi sta smantellamento la sanità pubblica si dice di sinistra, cioè un governo nazionale a guida PD e un governo pugliese a guida Emiliano.

In questi giorni mi ha particolarmente colpito una sua dichiarazione, l’appello rivolto ai privati perché si facciano avanti per rilevare le strutture che lui sta chiudendo, o come dice lui “convertendo” in strutture sanitarie “post-acuzie”. Dalle dichiarazioni è poi passato ai fatti, inserendo nella delibera di chiusura degli ospedali come Terlizzi la dicitura “in concessione pub/priv”.

Ecco riapparire il privato dove il pubblico indietreggia, forse anche a Terlizzi, dove si era già parlato di un’eventualità del genere, nell’ormai lontano 2002.

Qualcuno dirà che questa è un’altra storia, ma forse non lo è affatto, cambiano gli attori ma il film è lo stesso. Ma questa volta è un film senza le comparse, le migliaia di comparse in buona fede di un decennio fa.

L’assenza della Gente nelle fallite manifestazioni di questi giorni a difesa del Sarcone ha questo significato: “abbiamo già lottato e ci avete deluso”. Aggiungo che molti di quei cittadini delle piazze di quegli anni, oggi hanno problemi molto grandi da risolvere, con il lavoro che manca o che si è fatto precario e la necessità di badare al concreto, al pane quotidiano.

Gli ideali e le battaglie per ora possono aspettare, ma alle prossime elezioni a questa politica gliela faranno pagare.

A cura di Vincenzo Di Tria – Già Sindaco di Terlizzi

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