Lo Spot elettorale a difesa del Sarcone “fallisce”, la Città non ci sta all’utilizzo demagogico della storia del suo Ospedale

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“Nessuno tocchi il Sarcone!”. Suona come il più banale degli slogan e, difatti, lo è.

Improbabile, differito di quattordici anni, esageratamente demagogico e per nulla credibile, l’urlo populista di Gemmato non ha fatto proseliti.

Due domeniche: 28 febbraio 2016 – 6 marzo 2016. Due appuntamenti, un unico fallimento. Ieri, però, Gemmato non c’era. È trascorsa appena una settimana e, col suo slogan, non ha convinto più neanche sé stesso. A noi, pertanto, non resta che tornare alla domenica precedente.

Terlizzi, 28 febbraio 2016. È un grigiopomeriggio domenicale. L’aria è fresca. Ci sono i soliti fedeli, ma la città è assente. Manca Terlizzi a questo improbabile appuntamento con la Storia. La popolazione è altrove.

Dinanzi al piano di riordino di Emiliano, ha smesso persino di grugnire con amarezza. Forse perché il Sarcone è stato svuotato da tempo. Perché le eccellenze, quelle vere, ce le ha portate via Fitto nel 2002. Perché immaginare Forza Italia che difende il Sarcone, per chi, quattordici anni fa, provò a proteggerlo dall’atto d’imperio dell’allora Presidente regionale, vale un pugno nello stomaco. Molto probabilmente perché i terlizzesi sanno che questa non è più la loro battaglia, che la lotta, quella per il diritto a un vero ospedale, il Sarcone di quattordici anni fa, è stata persa da tempo. Perché non ci hanno messo molto a comprendere che quella di Gemmato è una farsa.

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A presidiare il Sarcone, non c’è praticamente nessuno, anche se qualcosa a un tratto si avverte. Le comparse sono smarrite. Una cappa angosciosa pesa sugli amministratori presenti. Si comincia ad avvertire la gravità del generale scetticismo di un paese che in questa classe dirigente ha smesso di credere da tempo.Intangibile ed etereo, perso nella sua evanescenza, per i terlizzesi Gemmato non è più che un’astrazione politica. È già al di là, cancellato dal voto delle prossime amministrative.

Coloro che si illudono, dopo quattordici anni di connivente silenzio, di poter sfruttare gli ultimi istanti del nosocomio terlizzese, per ribaltare il risultato, ormai certo, della loro prossima sconfitta elettorale, sono soli. La città li ha isolati. Domenica 28 febbraio 2016 dovrà essere ricordato come il giorno dell’incredulità e del sospetto.

A guardar bene, a Gemmato sono bastati appena quattordici anni, dopo le proteste dei terlizzesi contro il piano di riordino di Raffaele Fitto, per scoprire l’esistenza del Sarcone. Nel 2002, a protestare, accorsero migliaia di cittadini. Furono organizzati presidi, nacquero un comitato e il popolo dei falò. Sotto gli occhi imbarazzati dei nostri attuali amministratori, una intera città appoggiò la protesta.

La storia ci racconta che il nostro ospedale fu poi ridimensionato, che le eccellenze furono delocalizzate, che Fitto fu politicamente sconfitto e che Vendola divenne Presidente della Regione Puglia. L’ospedale restò in piedi e, nonostante il minor numero di utenti, furono investiti dieci milioni di euro per ristrutturarne i reparti e adeguarli al decreto Bindi.

Nel 1997 l’allora Ministro Rosy Bindi aveva stabilito infatti, con proprio decreto, che quegli ospedali che, entro 5 anni, non fossero stati adeguati ai nuovi standard architettonici, igienici e di sicurezza sul lavoro, avrebbero potuto essere sospesi e successivamente chiusi. Successivamente intervenne una proroga. La giunta regionale finanziò l’adeguamento. Il Sarcone fu salvato, e gli atti dimostrano che i 10 milioni di Euro stanziati dalla Giunta Vendola non servirono ad illudere l’elettorato di sinistra e neppure a soddisfare interessi lobbistici. I bagni in camera e la ristrutturazione dei reparti furono finanziati per evitare la chiusura del nosocomio terlizzese, che, di fatto, ha continuato fino ad oggi a esistere. Privatodelle sue eccellenze, il Sarcone sopravvisse. Dimezzato, ma resistette. Fu così che, il 7 agosto 2012, accadde qualcosa d’importante. Una novità per il diritto alla salute delle popolazioni di 7 comuni pugliesi: Trani, Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo, Corato, Ruvo e Terlizzi.

La Giunta regionale approvò l’Accordo di programma quadro per costruire, fra gli altri, il Nuovo ospedale del Nord Barese, lungo la statale 16 Bis e in posizione baricentrica rispetto ai 7 comuni interessati. Fecero tutto il Presidente Vendola, i suoi assessori e la maggioranza di sinistra nel consiglio regionale. Gemmato vaneggiò di sinergie e si assopì.

Dal 2012 ad oggi, nonostante i numerosi ordini del giorno approvati dal nostro consiglio comunale, il sindaco di Terlizzi non ha fatto praticamente nulla per difendere il Sarcone e tutelare il diritto alla salute dei suoi concittadini nelle more della costruzione del nuovo ospedale. Nulla.

Intanto che il Sarcone si spegneva a causa dell’insostenibilità economica del modello di Welfare che l’aveva generato, Gemmato meditava altro. Pensava forse alfinanziamento da 6,5 milioni di Euro per la realizzazione del sottopasso di Viale dei Lilium che avrebbe rimandato indietro? All’Aro di cui continua ad essere il fallimentare presidente? A una città, la nostra, che da 4 anni muore di sporcizia, invasa dal vento e dai rifiuti? Pensava forse a tutelare una dirigente per cui avrebbeprovato, assurdamente,a pagare con i soldi dei terlizzesi le spese processuali?

Lui che avrebbe rinunciato, per conto di 27.000 cittadini defraudati, a costituirsi parte civile contro la medesima? Che avrebbe agito in questo modo, come se 2 milioni di Euro, sottratti alle casse comunali, fossero cosa propria?

Egli meditava, languiva nella sua inerzia e intanto il Sarcone continuava a morire. Le deliberazioni della Giunta regionale restavano inattuate e un signorino in costante ritardo sul mondo non trovava di meglio da fare che lanciare spot elettorali e lasciar vivere i terlizzesi nella confusione delle sue stentate rivoluzioni epocali.

Così, oggi, dopo 14 anni di imbarazzanti silenzi, Gemmato prova a barare e gioca impavidamente la sua carta. Inscena lo spot elettorale per la difesa del Sarcone ed è l’ennesimo flop. La città non c’è!

Emiliano nel frattempo ha agito. Non può e non sa perdere tempo. In ossequio al combinato del Decreto Ministeriale 70/2015 e della Legge di Stabilità 2016, è costretto, suo malgrado, ad attuare il piano di riordino.Se ne può discutere, ma gli attacchi in corso al Presidente della Regione e i cori campanilistici che invocano il mantenimento dello status quo in questo o nell’altro presidio, specie quando sono pronunciati da politici che, nel 2002, restarono silenti ascoltando l’annuncio del piano di riordino ospedaliero programmato da Raffaele Fitto, sono privi di qualunque credibilità politica.

Come potremmo apprezzare l’odierna, opportunistica contestazione di chi, nel 2002, subì passivamente lo smantellamento di un presidio sanitario che, a quel tempo (e non oggi), era realmente un polo di eccellenza?

Non la apprezziamo. Punto. Ma, al di là delle polemiche, delle leggi, dei numerosi attori e delle svariate circostanze che hanno provocato il disastro della sanità pugliese e l’imminente riconversione del Sarcone, va forse evidenziata una crisi che nasce molto prima del nostro racconto, ben prima del 2002, e che risale a un periodo nefasto della storia italiana, quando, in maniera disastrosa e spregiudicata, si attuò la più fallimentare delle politiche economiche e si portò, per sempre, il debito dello Stato a livelli ancora oggi insostenibili.

La riconversione del Sarcone è l’esito di una debacle politica generale, di una spesa pubblica finanziata dal debito, che ha condotto il Paese sull’orlo di un disastro. Poi è venuta l’austerity e il resto della storia la stiamo ancora vivendo.

Si dirà che, nella vita del Sarcone,c’è tanto altro purtroppo. Cattiva amministrazione, clientele… Oltre ad esse, però, c’è una lieta storia di eccellenze, una storia di medici e infermieri, che, nel bel mezzo del disastro finanziario italiano, hanno saputo scrivere, con il loro sacrificio e con le loro capacità, pagine esemplari.

C’è una storiadi uomini e donne che hanno messo la propria dignità, la propria serietà e professionalità al servizio degli altri. Protagonisti che si sono distinti pur restando umili. Eroi che non sono diventati giganti, ma che, senza superbia, hanno contribuito con riservato decoro alla crescita di questa città. Lavoratori che, a differenza di altri, si sono offerti con generosità e amore.

La storia minore del Sarcone, minore per essere stata svilita e deturpata da tante maggiori inefficienze, non può oggi essere vilipesa e non può esservi insulto più grave di un utilizzo demagogico della sua storia recente.

Il Sarcone è stata la nostra fabbrica. È stato per Terlizzi quello che a Vas sono state le cartiere, a Sesto San Giovanni la Breda, a Terni la Siri. È stato un’azienda che ha offerto lavoro e salute a tanti terlizzesi e, sotto molti aspetti, è stato un esempio di efficienza nazionale.

Il Sarcone è stato un momento epico della nostra storia, eppure una parte di una più generale catastrofe collettiva. Il risultato di una fatale spregiudicatezza della politica e di una gestione disastrosa della finanza pubblica.

Al di là di questo, tuttavia, c’è il futuro. La sanità pugliese e il diritto alla salute per le popolazioni del nostro territorio non finiscono con la riconversione del Sarcone e non è detto neppure che, all’interno del piano di riordino regionale, il nosocomio terlizzese non rinasca come la fenice. Che, accanto al Nuovo Ospedale del Nord Barese, esso non svolga un suo ruolo fondamentale per le nostre comunità. La battaglia vera, pertanto, non è, dopo quattordici anni di inerzia, la tutela tout court di un ospedale che ha perso da tempo il suo storico prestigio. La battaglia è ormai nel futuro.

L’onore andrà a chi, in virtù di un patto di lealtà con i terlizzesi, porterà avanti, con determinazione e impegno, la lotta per il nuovo ospedale e saprà trasformare il Sarcone in una risorsa economica per il nostro territorio. Questo futuro non lo costruiremo con gli spot, i presidi e le passerelle televisive, ma con politici veri e azioni politiche reali.

Nel 2012, oltre al Nuovo ospedale del Nord barese, la Regione approvò un atto di indirizzo che prevedeva la costruzione di altri centri specialistici. Tra questi il San Cataldo di Taranto. Ebbene, quel cantiere è ormai realtà. Occorre spegnere i megafoni e rimboccarsi le maniche. Presidiare il Sarcone, con 14 anni di ritardo,significa non saper discernere.

È l’ammissione di un’incapacità politica, che Terlizzi non può più permettersi.

Lettera Firmata

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