IMU ridotta per le case in comodato, attenti alle procedure

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Tra le novità della Legge di stabilità vi è  la riduzione dell’IMU e quindi della TASI sulle seconde case concesse in comodato a figli e genitori, che in fondo, va a ripristinare in parte una situazione che già esisteva in vigenza dell’ICI e che riguarda tantissime famiglie. Attenti quindi ai tempi per la prossima scadenza di giugno, entro tale data, contribuenti e amministrazione comunale dovranno adempiere ognuno per le proprie competenze, vediamo come.

Il tira e molla sulle case date in comodato che ha accompagnato i passaggi parlamentari della legge di stabilità, ha prodotto un compromesso  che  nella realtà si rivela assai meno generoso.

Nella versione definitiva (al comma 10 della legge 208/2015), dopo un’infelice pensata del Senato che avrebbe imposto ai proprietari di andare in affitto o in albergo per ottenere l’esenzione fiscale, la manovra ha deciso di abbattere del 50% la base imponibile, e quindi l’Imu e la Tasi da pagare, per chi concede una casa in comodato gratuito a un figlio o ai genitori, ma a due condizioni: oltre all’immobile che “offre”, il comodante può essere proprietario della sola abitazione principale, e questa deve essere nello stesso Comune in cui si trova la casa data ai familiari.

Ma con questi  criteri la logica non è semplice da intravedere. In un sistema normale gli sconti fiscali sono dedicati alle situazioni che un Paese considera meritevoli di tutela,  e  tale è sicuramente  la condizione dei genitori che concedono l’uso gratuito di un immobile ai propri figli, magari perché studiano e non hanno ancora un reddito, o quella dei figli che in questo modo aiutano un genitore anziano titolare di una pensione bassa. Se questa è la premessa allora non si comprende  per quale ragione il nostro fisco abbia deciso di aiutare queste famiglie solo quando le due case sono nello stesso Comune.

Ma, come al solito, in questo Paese non si riesce a introdurre un’agevolazione senza condizionarla a un po’ di paletti che finiscono per ridurne di parecchio l’efficacia e anche in questo caso siamo alle solite:  per beneficiare della riduzione, tra i soggetti interessati dovrà sussistere un contratto di comodato regolarmente registrato!

Facile intuire che ciò renderà la cosa particolarmente onerosa, costringendo moltissime persone a sostenere costi (minimo 232 euro, tra bolli e imposta di registro fissa) tali da compensare abbondantemente il vantaggio, almeno nel primo anno di applicazione.

Questo adempimento  riguarderà una vastissima platea (è raro che tra genitori e figli venga formalizzato un regolare contratto scritto) e che oltretutto è perfettamente inutile, atteso che il comodato immobiliare non necessita della forma scritta e, soprattutto, perché l’esistenza del rapporto può essere agevolmente provata in molti modi, quali l’esistenza di utenze e altri contratti intestati al comodatario e, non ultime, le risultanze anagrafiche dello stesso Comune che deve riconoscere l’agevolazione; inoltre, è lo stesso comodante che nel richiedere l’agevolazione riconosce implicitamente la sussistenza di un contratto di comodato formalizzato in forma orale.

A questo punto, vista la “lotteria”  perché non si è lasciato tutto, come prima, all’autonomia e ai bilanci dei sindaci, magari cancellando i vincoli insensati che la limitavano?

Lucia D’Amato

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