Torre dell’Orologio o torre maggiore, simbolo della città e della sua storia

 LA CITTA’ DEI CENTOMILA DUCATI.
Scudo Araldico di Terlizzi

Scudo Araldico di Terlizzi

Il locus Tillizzo, di origine longobarda, fu assegnato al conte Amico da Roberto il Guiscardo, che nella prima metà dell’XI secolo aveva conquistato il Mezzogiorno d’Italia fondandovi un proprio regno. Già dalla metà dell’XI secolo il locus diventa un castrum e un centro autonomo, separato, indipendente e più importante di Giovinazzo, Ruvo, Bitonto e Molfetta.
La costruzione del castello e della cinta muraria fu iniziata dallo stesso conte Amico, sulla fine degli anni settanta del secolo, e proseguita dal figlio Goffredo. Da una charta del novembre 1237 si rileva che fu Federico II ad ordinare il consolidamento delle strutture di difesa davanti al castello, affidandole al suo fedele ex logoteta del regno Andrea da Bari, in quel tempo signore di Terlizzi. Sono noti inoltre i nomi delle maestranze che vi presero parte, come mastro Peregrino Di Ursone, mastro Deolaudamo di Romualdo, mastro Egidio di mastro Effrem e alcune maestranze locali. Tra il 1333 e il 1350 il Regno di Napoli dovette affrontare alcuni tragici avvenimenti a seguito dell’assassinio di Andrea, fratello del re Luigi d’Ungheria e marito di Giovanna I d’Angiò. Nel 1349 il re d’Ungheria volle vendicarsi di coloro che avevano tramato alle spalle del fratello, tra cui il conte di Terlizzi, Gastone di Denicy. Dal cosentino si mosse così un esercito di mercenari e poveri allo sbando, sotto le insegne di Roberto Sanseverino, conte di Corigliano e fedele servitore della regina Giovanna, titolare del trono di Napoli. Dopo aver fatto scempio di Gravina e di Ruvo l’esercito si diresse verso Terlizzi e l’assediò, ma fu costretto a ricorrere al sistema della corruzione e del tradimento per aver ragione del forte sistema difensivo e per conquistare la città.
Nel novembre del 1462 il castello svolge il ruolo di felice dimora per Ferrante I d’Aragona. In epoca moderna solo la casata Grimaldi per un certo periodo di tempo si è servita del castello per propria abitazione. Nel 1524 Carlo V, re di Spagna, stipulò un trattato di alleanza con il signore di Monaco Agostino Grimaldi e nel 1532 strappò al principe Onorato I la proposta di un vero e proprio protettorato con reciproco scambio di concessioni: Carlo V assegnava al signore di monaco il dominio su uno stato feudale composto da diversi centri nel regno di Napoli, mentre il Grimaldi cedeva alla Spagna la roccaforte monegasca. Terlizzi era uno di quei centri e nel 1632 Onorato II Grimaldi vi fece trasferire come arciprete-prelato il suo omonimo cugino, fornendogli come abitazione proprio il castello, restaurato per l’occasione.
Solo da un’attenta lettura di un dipinto anonimo risalente al 1600 ci si può fare un’idea di com’era il castello, non essendoci pervenuta alcuna fonte grafica ma soltanto un documento rinvenuto nell’Archivio di Stato di Napoli che al foglio 167 contiene una nota descrittiva. Il castello nel dipinto appare strutturato nelle sue componenti essenziali: il maschio sull’ingresso con la sua bertesca e il cammino di ronda, il nucleo abitativo, sui due lati le superstiti strutture del recinto fortificato, in cui era compreso il torrione. Il profilo architettonico della torre appare perfettamente delineato in piena rispondenza ai canoni costruttivi del tempo, come avamposto militare di difesa. Il primo livello appare munito alla sua base di una scarpa di rinforzo, una specie di piano inclinato rispetto alla verticale. Allo stato reale il primo ripiano di base è posizionato nell’ipogeo, con un proprio ingresso laterale, cui si accede attraverso dei cunicoli. Il vano ipogeo si presenta necessariamente meno capiente di quello a livello stradale proprio per la maggiore ampiezza delle murature di base, ma ripete gli stessi motivi architettonici del vano del livello superiore, con l’apertura, cioè, in chiave di volta per i collegamenti verticali e il paramento murario in pietra faccia a vista.
Fatta eccezione degli interventi di ristrutturazione e restauro prima menzionati non si hanno altri riscontri di impiego di opere edilizie. Solo quando la pubblica amministrazione, con il riscatto feudale del 1779, rientrò in possesso delle proprietà del demanio comunale, potette correre ai ripari recuperando nei primi decenni dell’ottocento alcuni locali che adibì a usi diversi. Purtroppo continuarono a verificarsi crolli di membrature superstiti fino a quando non divennero comode cave di materiale edilizio per portare a compimento la costruzione della nuova cattedrale. Intorno agli anni sessanta dell’Ottocento scomparve ogni altra traccia del castello.
Oggi rimane la sola torre maggiore che si erge come torre civica e simbolo della città.
Nel già citato dipinto essa appare, per ragioni di prospettiva, marginale e di ridotte dimensioni ma comunque caratterizzata come le comuni torri di difesa del periodo. Appare quindi merlata alla guelfa, munita cioè di parapetto con merli piatti e non a coda di rondine (alla ghibellina) e collegata con il cosiddetto arcus pinctus (arco dipinto).
I primi lavori per adibire la torre normanna a servizio della comunità ebbero inizio negli anni venti dell’Ottocento. Insieme ai suoi connotati originali essa aveva perso l’aspetto severo della sua primitiva funzione, e nella nuova veste appariva ancora possente e maestosa, assurta a emblema civico e prestata al servizio e utilità dei cittadini con l’installazione di un orologio a pendolo da torre. Il decurionato promosse e accolse il progetto del nuovo pubblico orologio a firma dell’architetto Giovanni Lospoto (Terlizzi, 1792-1855). Esigenze tecniche e prospettiche contemplate nel progetto, per le eccezionali dimensioni del nuovo organismo meccanico, richiesero la sopraelevazione della grande mole della torre di alcuni metri, a partire dal ripiano merlato, per situarvi l’ampio quadrante. Complementare e insostituibile fu la costruzione dell’edicola campanaria, naturalmente dotata di una robusta incastellatura di supporto a due campane, elevandosi per oltre dieci metri sul livello terminale della torre. La parte terminale è costituita da una classica cuspide piramidale, che si staglia sui tetti delle case a casba del borgo antico. Dapprima ricoperta da lastre protettive di piombo (1820- 1842) venne poi rivestita di maioliche gialle e blu, mentre alcuni segni zodiacali sono incisi su tre delle fasce frontali degli architravi di base della stessa cuspide, sorretti da quattro poderose colonne neoclassiche poggianti a loro volta su basamenti di plinti quadrangolari.
A pianta quadrata, la torre si eleva su massicce fondamenta per cinque livelli e altrettanti ambienti, con salde mura perimetrali in pietra calcarea. Le volte si presentano a diversa tipologia architettonica: a padiglione, la volta dell’attuale piano a terra, e a botte tutte le altre dei quattro livelli.
L’altezza della torre risulta rilevata per la prima volta dal sindaco dell’epoca, al termine dei lavori di trasformazione per installare il pubblico orologio (1822-25), per la misura di palmi 100, in una sua relazione presentata in consiglio, appunto sul progetto di ristrutturazione della “moderna torre civica”. Nel calcolo moderno il palmo napoletano è dato per cm 26 e qualche millimetro, per cui l’altezza della torre, naturalmente dall’attuale livello stradale al lastrico solare, veniva a corrispondere a metri 26. Una successiva relazione tecnica la riporta nella misura di palmi 120, riferendosi certamente all’altezza complessiva della torre e dell’edicola campanaria. Si tratta pur sempre di misure approssimative. Grazie ad alcuni studi1 si è riusciti a determinare quanto segue:
· l’altezza complessiva della torre con edicola campanaria, dal livello stradale all’apice della croce è di m.37,839;
· l’altezza della sola torre, dal livello stradale al lastrico solare, è di m.26,339;
· l’altezza dell’edicola campanaria con la cuspide piramidale, dal lastrico solare all’apice della croce, è di m.11,50;
· l’altezza della sola edicola campanaria, senza la cuspide piramidale è di m.6,00;
· l’altezza della sola cuspide piramidale, dall’architrave di base, è di m.3,50;
· l’altezza dell’asta con globo, banderuola e croce è di m.2,00;
· la larghezza della torre, a livello del suolo, è di m.9,04.
Una caratteristica molto importante della torre è costituita dall’ampio quadrante del pubblico orologio, annoverato dagli esperti tra i più grandi d’Europa. Il suo diametro, compresa la grande cornice in pietra, misura complessivamente m.4,30, mentre il diametro del solo quadrante è di m.3,45.
Nel corso del tempo, con il processo di riuso e rifabbricazione, degli ambienti sorti sulle rovine del castello, la torre è stata lentamente assorbita, inglobata per tre lati e per circa metà altezza nelle maglie del tessuto urbano. Mentre i tre prospetti laterali ne hanno conservato intatta, per la maggior parte, la tessitura originale, quello frontale prospiciente il borgo è stato sottoposto nel tempo a trattamenti diversi. Tra l’altro, a completamento dei lavori di sistemazione dell’orologio, nel 1822, per metterlo in vista, l’intera superficie del paramento murario della facciata venne fatta ricoprire da intonaco civile e mascherare con listellature a falsi blocchi di pietra. Venne però liberata e ripulita del vecchio intonaco e fatta sottoporre a una difficile operazione di “stilatura” dei conci, in occasione degli interventi di restauro del 1972.
Notevole interesse storico e culturale rivestono gli ipogei, i sotterranei della torre e del castello.
Non si tratta di semplici e normali cantine dalla comune tipologia, ma di gallerie e cunicoli di complemento alle antiche strutture fortificate di superficie e in funzione di opere di difesa e di vie di fuga, anche per la stessa popolazione, forniti come sono di cisterne d’acqua profonde fino a 35 metri e tuttora efficienti.
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Molto interessanti per la loro particolare incidenza, storica e culturale, sono le lapidi e gli emblemi araldici affissi alla torre, in particolare la lapide della libertàe gli scudi araldici della città e del Regno delle Due Sicilie. Essi furono fatti incastonare sulla facciata della torre in occasione della celebrazione della conclamata libertà dal giogo feudale concessa da Ferdinando IV il 10 luglio 1770. Dei sentimenti di gratitudine espressi dalla cittadinanza per la libertà conseguita dalla regia liberalità e clemenza, si rese interprete il sindaco di quell’anno Ferrante de Gemmis Maddalena, notissimo in Terra di Bari come riformista e letterato, dettando una solenne epigrafe. Doveva tuttavia il dettato dell’epigrafe commemorativa rivelarsi a distanza di qualche anno un’autentica beffa, mentre resta ancora lì, quella lapide, sulla facciata della torre, a fare bella mostra di sé, quale esemplare falso storico, traducendosi in realtà in un monumento perenne all’amara delusione del popolo terlizzese, che si vide beffato dalla “graziosa liberalità” del sovrano.
Dopo nove anni, infatti, il re mise nuovamente in vendita la città al migliore offerente, ma fu Terlizzi ad aggiudicarsi l’asta pubblica (1779), riscattandosi al prezzo di centomila ducati.
Tratto da: G. Valente, La torre maggiore del castello normanno in Terlizzi, Quaderni della Biblioteca n.7, De Biase, Ruvo di Puglia, 2005.

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