Alza lo sguardo alle Maschere Apotropaiche, a Terlizzi sono tante e inosservate

Vagando per le vie della città vecchia, in particolare nella zona sud – ovest, è facile imbattersi in queste strane figure che ornano i palazzi. Generalmene sono disposte sulle chiavi di volta di porte e portoni, sui cornicioni, negli spigoli dei palazzi e nelle grosse basole che sorreggono i balconi.

Non è facile datare questa tradizione artistica, a Terlizzi per esempio è presente nei palazzi del XVIII e XIX secolo, ma indicare un luogo e un periodo storico ben preciso dove collocare la nascita di questo modus operandi è impossibile. Per capirci meglio è utile ricordare il significato dell’aggetivo apotropaico che deriva dalla parola greca ἀποτρόπαιον (apotropaios), un lemma composto da apo (da) e trepein (allontanare), quindi un aggettivo che designa tutto ciò che serve ad allontanare e a frustrare un’influenza malvagia.

La ragione d’esistenza di ogni ἀποτρόπαιον deriva in linea retta dalla teoria democritea degli εἴδωλα (idoli, simulacri) che si staccano dagli oggetti e vanno a colpire chi guarda. Le pernacchie o le linguacce come scongiuro contro la sfortuna o i ferri di cavallo messi a mo’ di corna, lo sputo per stornare ildiavolo, così come anche pietre diverse diversamente foggiate, e piante ed erbe, per scacciare ora questo ora quel male; e poi maschere, teschi, animali o attrezzi simbolici posti sugli architravi, sulle pareti o davanti ad edifici per salvaguardarli da malocchi e disgrazie (dalla scopa inchiodata al muro dell’Italia contadina ai draghi del Feng Shui orientale), fino a grandi statue, dipinti o festeggiamenti benauguranti dedicati ai due sessi e alla fertilità – elemento apotropaico, questo, meno presente nelle culture cristiane ma che altrove riveste un ruolo da protagonista. Tanta è la varietà dei mezzi apotropaici, forse non ancora sufficientemente studiati, che si stenta a trovare in ogni caso la regola e l’interpretazione. In linea generale può dirsi che ogni oggetto può assumere il valore apotropaico a seconda del volere e dell’intenzione di chi l’adopera.

A Terlizzi “ignoti scalpellini, intrecciando sapientemente fantasia popolare con le precise esigenze di ciascun committente, hanno realizzato nel tempo un variegato campionario di mascheroni – antropomorfi e zoomorfi – ricorrendo ad un linguaggio iconico, indirizzato soprattutto al “lettore analfabeta”, in grado di comprendere il segno scritto nella sua traduzione figurativa, più immediata e diretta. Raffigurazioni grottesche e orride (diavoli, streghe, bacchi, uccellaci, fate della casa, ecc.) rimandano perciò ad un immaginario demoniaco, nella sua doppia valenza di uomo e animale che, barbuto o cornuto, esorcizza la presenza, sempre temuta, del Male” (Enzo Acquafreddda).

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Le foto, qui affianco, testimoniano l’esitenza di una maschera apotropaica in via Bixio 34 e, se messe a confronto, testimoniano due elementi fondamentali della storiografia attraverso le immagini. Il primo elemento è rappresentato dal lavoro incredibile e straordinario fatto dal Foto Club Immagini 2000 “Tommaso Grasso” che sul finire del secondo millennio fotografò e catalogò tutte (o quasi) le maschere apotropaiche cittadine. Il secondo elemento è dato dal confronto delle due immagini che testimoniano la sparizione della maschera. La foto, quella senza maschera, è stata scattata nel 2013 da Sabino Vendola, e testimonia l’inesorabile scoparsa del patrimonio artistico cittadino, che nessuno ha intenzione di tutelare, non perché colluso con i ladri di opere d’arte (si spera), ma semplicemente peché non ne ha le competenze.

Il disinteresse di qualunque istituzione pubblica alla catalogazione di questo patrimonio e alla sua tutela, presta il fianco allo stupro e alla vandalizzazione del patrimonio terlizzese, agendo da protagonista alla progressiva disfatta culturale della comunità.

Oggi, ancor più che in passato, fare cultura significa offrire dei punti di riferimento per trasmettere la memoria storica, aprendo un dialogo sull’esperienza culturale, reale e umana, affrontando problematiche vive, certezze e incertezze di un’epoca che sempre più necessita di “testimoni”.

Non ha futuro una società senza memoria” e un popolo senza memoria può essere “portato in qua e in là”.

A cura di arcilatorredibabele 

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