” Il tumulto popolare terlizzese” e l’assassinio in cattedrale

La Ilustración de Madrid-27 abril 1870-3
Accadde Oggi, il Tumulto del 11 Maggio 1845.
Spesso nei racconti dei più anziani ho sentito narrare di un fatto di sangue, addebitato al popolo terlizzese, avvenuto tanto tempo fa, tanto che qualcuno è solito indicare con l’espressione “anno dell’undici” momenti di particolare tensione popolare.
Dopo qualche domanda e la lettura di qualche documento, quell’espressione spesso bisbigliata con un certo timore mi è stata chiara.
Forse pochi sanno che Terlizzi l’11 maggio 1845 fu teatro di una sanguinosa rivolta popolare che portò all’uccisione di due fratelli preti: l’arcidiacono Nicola e il cantore Vitangelo de Giacò.
Un episodio clamoroso che ebbe eco in tutto il Regno di Napoli.
Motivo ufficiale fu una controversia sul diritto di appartenenza dell’icona della Madonna di Sovereto e degli oggetti preziosi donati dal popolo, il giorno fu proprio quello della chiusura dei festeggiamenti.
La Terlizzi del 1845 contava 18mila abitanti, 600 strade, due piazze, 10 fontane, 10 neviere, 45 forni e mulini, un corpo di guardia al Borgo, una prigione, 36 fanali per l’illuminazione pubblica, 5 alberghi, 16 chiese, un convento e un monastero, erano in costruzione la nuova Cattedrale e il cimitero.
In quel tempo i festeggiamenti in onore della Madonna di Sovereto erano un po’ diversi dagli attuali, tuttavia come oggi anche allora, otto giorni prima della prima domenica di maggio, la venerata effige veniva trasferita dalla Cattedrale, dove si conservava sopra l’altare a Lei dedicato, alla chiesa di Sovereto. Qui veniva esposta all’adorazione dei fedeli fino al vespro del primo sabato di maggio quando la si riconduceva nella Cattedrale e il giorno seguente aveva luogo la celebrazione della Solennità religiosa. Poi ancora per altri sette giorni la sacra icona restava esposta per consolare i fedeli che chiedevano grazie e voti.
La festa in onore della Madonna di Sovereto si chiudeva sul vespro la seconda domenica di maggio con una solenne processione solo sul largo antistante la Cattedrale.
In quegli anni fungeva da Cattedrale la chiesa di Santa Maria la Nova. Dai documenti esistenti, datati 23 aprile 1784, si evince che la Sacra Icona con tutti i preziosi donati dai fedeli veniva consegnata dal Capitolo della Cattedrale al cappellano della chiesa di Sovereto per poi essere restituita.
Tuttavia, nel 1844, il sindaco Giuseppe La Ginestra, (carbonaro già condannato per la sua attività patriottica) partendo dal principio che la Madonna appartenesse al popolo, cambiò la formula con la consegna dell’icona da parte della Città di Terlizzi al cappellano della chiesa di Sovereto, questo non piacque al Capitolo della Cattedrale Nicola De Giacò e al proprietario della chiesa, Michele Lamparelli.
Ne scaturì una disputa di attribuzioni che coinvolse anche il vescovo, tuttavia le parti convennero di lasciare le cose invariate per l’anno 1845 e accordarsi successivamente per gli anni a venire, ma l’arcidiacono De Giacò fece approntare un nuovo documento che sanciva il passaggio dal Capitolo al cappellano e viceversa.
Forse questo episodio contribuì al diffondersi della voce secondo la quale “si mirava a vendere i doni preziosi, e col ricavato portare innanzi la principata fabbrica del Seminario di Terlizzi”. Con quei presupposti non dovette risultare difficile irritare “il popolaccio”, come lo definisce Giuseppe de Napoli in una lettera a suo figlio Michele il 12 maggio 1845.
L’11 maggio 1845 quando l’icona della Madonna di Sovereto, dopo la processione, rientrò nella chiesa di Santa Maria la Nova e venne riposta nella cappella a Lei dedicata, la cassa dei preziosi venne affidata al Capitolo della Cattedrale, intanto una folla enorme si era assiepata sul sagrato antistante cercando di entrare nella chiesa, ormai era sulla bocca di tutti la notizia che i preziosi stavano per essere venduti.
Cinque gendarmi cercarono invano di respingere i più facinorosi mentre le parole rassicuranti del vescovo Costantini e del sindaco La Ginestra restarono inascoltate.
Una pioggia di pietre lanciate dalla folla colpì i gendarmi e il sindaco, mentre i prelati e il vescovo si nascosero in sagrestia, quando la folla entrò in chiesa un gruppo si impossessò della Sacra Icona trasferendola nell’oratorio della confraternita, mentre altri diedero vita ad una vera e propria “caccia al prelato”.
In quegli attimi di confusione e paura, una volta trovati i fratelli De Giacò qualcuno tirò fuori un coltello e li uccise, altri sfuggirono solo a stento alla furia collettiva.
I cadaveri dei due fratelli vennero trascinati sul sagrato ed esposti per il pubblico vilipendio dei passanti.
La notizia del tumulto fece in poco tempo il giro del Regno e la reazione delle autorità non si fece attendere.
Insieme ad altri gendarmi giunse il ministro della polizia Francesco Saverio Del Carretto, famoso per la dura repressione dei movimenti risorgimentali.
Tra perquisizioni e interrogatori gli arrestati furono una trentina tra cui il sindaco La Ginestra, sospeso dal suo mandato e sottoposto ad arresti domiciliari, negli interrogatori era spuntato il suo nome. La rivolta che sembrava scoppiata per motivi religiosi con il coinvolgimento di La Ginestra diventava politica.
Il processo durò cinque anni e si concluse con due condanne per omicidio volontario e dieci per complicità, il sindaco La Ginestra venne assolto e il fatto ridimensionato a “semplice e volgare rissa”.
Negli anni seguenti si è voluto dimenticare in fretta questo episodio rimandandolo solo alla tradizione orale e facendolo rientrare in quei “fatti” detti e non detti, saputi e non saputi.
A distanza di centosettanta anni è difficile conoscere i motivi di quell’esplosione di furore popolare, tuttavia si può pensare che furono molteplici: sicuramente il fanatismo religioso; ma si può pensare anche ad una rivolta preparata, guidata e diretta a colpire il clero additato in quel clima di fermenti patriottici come reazionario e vicino al potere borbonico; ma non è nemmeno da escludere l’ipotesi della vendetta personale visto che i fratelli De Giacò erano invisi alla popolazione per qualche spregiudicata operazione economica.
Tra conflitto istituzionale e politico, fervore religioso e atavica omertà, quello dell’11 maggio 1845 resta un episodio di storia terlizzese mai compreso del tutto nel suo vero significato evocato da un detto misterioso e a tratti minaccioso: Mò fazz succèd u ann d l’òndc.
Francesco Vino
Bibliografia:
– Michele de Santis, Terlizzi, 1845.Assassinio in Cattedrale in una città del Regno di Napoli.
– Gabriele Guastamacchia, L’eccidio dell’11 Maggio 1845, su “Vita Cittadina”.
– Raffaele Marzolla, Un quinquennio a Terlizzi.
 

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