Festa della Repubblica, dopo 68 anni, vale solo per i brutti ricordi del fascismo

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La maschera del trasformismo politico

Il 2 giugno 1946 gli italiani e per la prima volta le italiane, furono chiamati a un referendum per decidere se l’Italia dovesse rimanere una monarchia, oppure se essa dovesse essere sostituita dalla repubblica. Vinse questa ultima con il 52% dei voti.

Quello stesso giorno il popolo italiano fu chiamato anche a eleggere un’Assemblea Costituente, che aveva il compito di scrivere la nuova Costituzione. All’interno dell’Assemblea si affermarono tre partiti: la Democrazia Cristiana, con il 35% dei voti, il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano. Il Partito d’Azione invece ebbe solamente l’1.5% dei voti, motivo per il quale decise di sciogliersi. Il 25 giugno 1946 cominciò ufficialmente i lavori l’Assemblea Costituente con Giuseppe Saragat alla presidenza.

Dopo 68 anni di Repubblica ci sarebbero tanti motivi per ripensare una democrazia più coerente nei riguardi della società italiana.

Non possiamo festeggiare con le stesse motivazioni di 68 anni fa, dopo il terribile periodo fascista che ha lasciato lacrime e sangue nel ricordo degli italiani.

Non si può festeggiare per una repubblica che ha prodotto negli ultimi 30 anni una società dove non esiste l’onestà, non è una società, ma una banda di ladroni.

La lettura quotidiana delle notizie ci dimostra quanto sia capillarmente diffusa la mancanza del senso dello Stato, che è il prevalere degli interessi comuni sugli interessi particolari.

Oggi l’Italia è agli ultimi posti nelle classifiche sulla diffusione della corruzione, non ci salviamo se non affrontiamo con coraggio e determinazione questo tema.

La politica qualche giorno fa però, ha voluto credere ancora una volta nella possibilità di cambiamento attraverso i partiti tradizionali, per paura di non correre rischi maggiori. Il certo per l’incerto.

Ora che la scelta è stata operata attraverso le urne, sia pure minoritaria per la rappresentatività popolare che l’ha determinata, resta forte nella società una chiara volontà di cambiamento che risiede nel 50% degli elettori astensionisti e nel 25% del movimentismo, rappresentato forse, in maniera inadeguata e populista.

Lo stesso messaggio del Presidente Napolitano, non fa altro che richiamare la forte esigenza di “riforme strutturali”, che dovranno segnare la fine di un periodo e l’inizio di uno nuovo.

Intanto, assistiamo passivi al camaleontismo politico in atto da parte di consumati professionisti della peggiore politica degli ultimi 30 anni, che con il chiaro intento di riciclare la propria identità, ricalcano le scene di uno spettacolo indecoroso, che la popolazione ha bocciato senza appello.

Questa festa, dedichiamola ai veri valori sociali  scritti nella carta costituzionale e lasciati inapplicati nella realtà di tutti i giorni.

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